Si USA; non si USA.

July 21, 2017

 

Consiglio spassionato: non passare mai attraverso i body scanner aeroportuali.

In USA (e anche negli UK ormai) sta diventando il principale sistema di controllo, perchè vieni fotografato dalla testa ai piedi ad un semplice passaggio delle porte.

A Londra una volta chiesi se fosse o no un coso sicuro: l'addetto indiano con un turbante azzuro sul capo mi rispose, come ad intonare un motivetto di Bennato:

— Sono solo onde radio” (radio waves).

Certo, ormai non c’è un centimetro quadrato di pianeta che non sia soggetto ad onde di emissione artificiale; giornalmente ci passano attraverso le ossa e le carni migliaia di quei raggi incolore. In una collina, in un palazzo, in un tetto sì e in uno no c’è un ripetitore, una parabola, un’antenna.
Il tuo vicino che usa lo smartphone emette/riceve radiazioni “passive”, come una volta si diceva per il fumo di sigaretta al ristorante.

E il tuo affare intercetta onde che per raggiungerti passano attraverso quell’anziano con l’apparecchio acustico laggiù. Lui non se ne cura, un po’ perché è anziano, un po’ perché nessuno ancora oggi sa soppesare il pericolo. Ricordo che nel 2001 dicevano che prima di poter valutare i rischi della telefonia mobile, dovevano passare circa dieci anni, nel corso dei quali sarebbero state raccolte informazioni e dati specifici.

Da allora sono trascorsi sedici anni.
Se nel frattempo il fumo di sigaretta (cancerogeno al 100% cento) sta diminuendo considerevolmente, le “waves” (cancerogene al xxx%) aumentano, proliferano, rimbalzano e un suono fisso binaurale a frequenze altissime nel cranio copre il suono dei vecchi colpi di tosse.
Il tasso di autodistruzione, in pratica, si bilancia e il germe sottile dell’autolesionismo livella lo status quo.
Meno fumo, più onde.

Meno raucedine, più emicrania.
Io che fumo però ho già fatto il pieno cosciente del mio male e senza pianger me stesso, preferisco non farmi anche il pieno di onde dentro una macchina che ne produce a dismisura.

Ogni volta che vedo uno di quei body scanner ci vedo l’arcangiolo Michele, la Stella Cometa e mille pastori fluorescenti incastrati; tentano da di dentro di farmi capire a gesti "non entrare che siamo già in troppi".

E Gesù, più furbo di tutti, una volta tanto guarda da fuori quel presepio incandescente dicendo “martire sì: scemo no.”
Allora tolgo le monete, l’accendino, le cartacce, mi sfilo la cintura arrotolandola, levo il laptop, mi sfilo la giacca e tolgo le scarpe, mostrando i miei calzini di colore diverso. E quando, in fila longobarda, è quasi il mio turno per passare dentro la macchina chiedo, con fermezza, di essere esonerato.
Gentilmente la prima funzionaria ti chiede se sei sicuro: ostentando severità assoluta ti recita a memoria il rito di protocollo che è “in caso di rifiuto di passare attraverso lo scanner integrale, il soggetto verrà perquisito a mano da un funzionario.”

Capisci che li hanno istruiti per fare leva sulla questione della privacy lesa, e aggiungono che è un procedimento lento per colpa di quale si potrebbe rischiare di perdere l’aereo. Magari è pure imbarazzante perché il funzionario andrà anche a sfiorare parti intime.
Sì, va bene.

Nessun problema.

Ho tempo e non mi vergogno.
Allora la prima funzionaria, ti dice di attendere il collega e di seguirlo fino al punto dove c’è il tappeto nero con i piedi gialli dipinti sopra.
Arriva l’addetto TSA, magari occhialuto e precisino, magari gigantesco e rude, che ti fa raggiungere il tappeto con i piedi gialli, si infila guanti in lattine blu e ti chiede di allargare le braccia.

Ogni cosa che fa te la descrive a voce alta, sempre per una vecchia storia di policy tipicamente americana in cui “far sapere, e infrangere ciò che si è fatto sapere, significa essere sicuri di voler infrangere” (tutti hanno presente l’immigration form da compilare in aereo prima dell'arrivo al confine USA con domande tipo: “have you been ever involved with terrorism?”. Un terrorista in incognito si presume sappia cosa rispondere...).

— Ora passerò sulla cintura, ora passerò sotto le ascelle, ora tenga le braccia alzate che passerò attorno al busto.

Però non capisco tutto, perché l’accento è del Kentucky di quelli forti.
Mi chiedo: e se uno non capisse un fico secco, non sarebbe in teoria un fuorilegge non avendo chiara comprensione del giusto procedimento formale di un pubblico ufficiale?

In fondo è tutto un mio diritto non apprendere il suo meraviglioso accento yankee del Kentucky.

Come è tutto loro il diritto di chiedere in una gelateria italiana il gusto pistacio, o in una salumeria il capicolo, e nella pizza ficcarci dentro i pepperoni.

A quanto ne so non si è mai incazzato nessuno contro inglesi o americani, ma sono tra i peggiori al mondo nell'apprendere le lingue altre.

— Grazie, può andare.
Sì vado, volentieri.

 

 

— Cosa c'è di interessante a Louisville? – chiedo ad Alain sul tapis roulante.
Lui ci pensa su un attimo:

— Il bar di un mio amico, — dice.
– Ah, – dico.
Alla seconda scala mobile però raggiunge un'eureka:
– Kentucky Fried Chicken!
Gli batto un colpo sulla spalla per complimentarmi dell’intuizione.

E rincara, ma sommessamente:
– Kentucky Derby.
Poi, dopo che deve averlo visto scritto in qualche manifesto vicino al carousel dei bagagli, schiocca le dita:
— Muhammad Ali!
Da qualche parte ci sarà un monumento, una cappella tipo la Rothko Chapel ad Houston o una statua tipo quella di Cary Grant a Bristol?

 

 

 

 


Gli americani odiano la stagione in corso e la uccidono con gli impianti di condizionamento: fare una tappa in una città nuova significa un corridoio di refrigerio integrale, chiuso e controllato a partire dall’aereo fino alla stanza dell'hotel, passando attraverso aeroporto e bus navetta.
Fuori, l’estate, il sole, la verità.

Dentro l’autunno inoltrato, il vetro fumè e il mal di gola.
Niente di nuovo, lo sanno tutti.

Ma provarlo in prima persona è un’altra cosa.
Al carousel dei bagagli sdraiati per tutto il perimetro attorno, ci sono una trentina di militari, completi di costosi camouflage Afganistan e zaini ciclopici catarifrangenti. A prima vista sembrano giovanissimi; leggo il cognome Hernandez scritto sulla borsa di una ragazza della truppa e dal display di un telefono messo di traverso intravedo da una rubrica aperta un numero e un nome: Jess US.
Sicuramente è l’innocente numero americano di tale Jess, ma scritto così ha un’aria più impegnativa.
Fuori, l’autista del bus navetta chiede alla nostra tour manager se anche in UK i militari prendono aerei civili con destinazione domestica.
Lei risponde di no e che in Inghilterra l’esercito ha i suoi mezzi di trasporto dedicati.
Lui risponde che è strano, perché in USA è normale e, aggiunge con malcelata soddisfazione, in fondo non è per nulla un male "perché i militari mettono sicurezza, no"?

 

 



Il Museum Hotel di Louisville è un vero museo.
Anzi è un museo che ha un vero hotel dentro e disseminati ovunque ci sono opere di pop art.

Anche nei cessi.
E qualcosa di interessante bisogna ammettere che c’è (Titus Kaphar, Robert Wilson, Roberto Guerrero, e moltissimi altri).
Mi ritrovo a pisciare nel cubicolo del bagno di fronte ad una fotografia quadrata di un ignoto artista costaricano con tre drag queen di viola vestite che mi squadrano severe.
Sentendomi sotto giudizio, cerco di fare pipì in piedi centrando al meglio il buco.

 

 

 


La mattina, all’angolo invisibile dello stabile, vedo che effettivamente c’è una statua in un punto esposto sulla strada principale.

È grande e tutta dipinta d’oro ma, contro ogni previsione, scopro non essere la statua di Muhammad Ali: bensì una riproduzione a dimensione naturali del Davide di Piazza della Signoria di Firenze.

Mentre il nostro bus, vetri fumè, 5° gradi centigradi di refrigerio, sfreccia in direzione dell’aeroporto, guardo in faccia il Davide di Louisville dal cui labiale sembra uscire:

 

– T’ho fregato, eh?

 

 

 

 

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