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"A New Adventure of Captain Future" CAPITOLO VII: l'esplosione

La Mega Tir 6, quando saltò in aria, produsse uno spostamento di materiale talmente violento da spargere detriti per un intero quadrante cosmico.

Alcuni abitanti dei pianeti limitrofi videro ad occhio nudo la massa esplodere al modo di una stella cadente nel cielo d’estate.

Il Comet subì un urto che lo sospinse alla deriva, rotolando verso una rotta del tutto casuale. E quando l'equipaggio composto da Ezra, Joan e i Futuremen riprese controllo degli strumenti, davanti a loro c'era una nube fittissima di polvere.

“Curt!” urlarono tutti, disperatamente.

“Non ce l'ha fatta” fece funereo l'ufficiale Ezra, ripresosi dal precipizio. Joan non ebbe cuore di guardare oltre quel triste ammasso di ferraglia dove sarebbe dovuto essere, disperso chissà dove, il corpo senza vita del loro capitano.

“Quasi certamente si sarà polverizzato” riuscì a dire Wright, il Cervello, restando nel dominio della razionalità. Fortuna sua non aveva occhi con cui lacrimare.

Otho non riuscì a dire nulla e si tenne abbracciato alla poltrona fino all'assestamento definitivo dell'assetto di volo. Il grosso Grag si teneva Eek come un orsacchiotto su cui riversare tutta la tristezza dei circuiti emotivi.

L'esplosione della Mega Tir 6 era avvenuta senza alcun preavviso di sorta. Probabilmente era stata riempita di esplosivo come ultima risorsa di fuga dei dirottatori e il guerriero Teklon scampato a Curt

doveva aver preso una capsula di salvataggio prima di far saltare in aria l'intero colosso aerospaziale.

“Andiamo Futuremen, facciamo uno scanning di tutto il quadrante, forza...”

Otho, in un impeto di fiducia decise di agire e di non perdere le speranze.

“Forse Curt si è messo in salvo con una capsula o è riuscito a nascondersi in uno scomparto stagno di questa maledetta astronave”.

Grag, l'esperto di ricerche di superficie, si mise a manovrare il grosso macchinario radar. Sviscerò meticolosamente tutta la nube detritica, a caccia di una minima fonte di calore corporeo. I bio-organismi erano di facile individuazione attraverso la visuale termica. Sarebbe stato molto più complicato rintracciare lui stesso, un robot, dentro una massa di ferraglia simile.

Dopo molte ore di perlustrazione, Grag si arrese.

La sua voce artefatta sembrò avere un tono sconsolato, del tutto nuovo per un membro dei Futuremen.

“Nessun riscontro. Temo che Curt non ce l'abbia fatta.”

E nessuno riuscì ad aggiungere altro.

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La capsula di salvataggio correva spedita. A bordo il dirottatore in fuga comunicò via radio:

“Base Macchia Rossa, qui è il sottoposto Asveron. Le richieste generali della missione NO–PHCP non sono state ottemperate causa intercettazione dell'operazione da parte di Curt Newton. Ho però eseguito gli ordini come da protocollo e a seguito dell'esplosione dell’areo cargo sequestrato, è deceduto lo stesso Captain Future. Passo”

“Attendiamo il rapporto completo, sottoposto Asverson. Del sergente Kualara hai notizie?”

“Il sergente Kualara è morta per mano nemica.”

“Il decesso di Captain Future è un grande risultato. Riferiremo al comando centrale, sappiamo che quello era uno dei bersagli principali dell'operazione.”

“Me ne compiaccio. Passo e chiudo.”

Asverson strinse con più forza la cloche della capsula, come a dar sfogo una grande soddisfazione personale. In qualità di paramilitare Teklon avrebbe senza dubbio usufruito di una promozione. Significava un modulo abitativo più ampio, agevolazioni, crediti, armi. E rispetto.

Salito al grado di sergente avrebbe marchiato a fuoco, su una parte delle righe blu del volto, una seconda striscia nera: i guerrieri Teklon erano guerrieri a vita, una volta imboccata quella strada non si tornava più indietro.

Inserì il pilota automatico con programmazione di balzo nei successivi dieci minuti. Si sganciò la cerniera del casco posandolo a terra. Massaggiandosi la testa, chiuse gli occhi e distese i nervi.

“Capsula pronta al balzo” disse la voce interna del computer di bordo.

Apparve un bicchiere d'acqua con sali minerali da un vano vicino al quadrante. Era consigliato ingerire del liquido salino prima di passare attraverso il tunnel spaziotempo.

Tutto si fece stretto ed elastico, come se un qualcosa di grande volesse passare attraverso un foro molto più piccolo di quanto sia mai possibile in natura. Poi ogni luce sembrò allungarsi, rallentando la gittata della luminescenza e apparvero immagini intrecciate, frattali, geometrie iridescenti, sentieri bustrofedici paradossali, grandi fiocchi di cristalli concentrici.

Improvvisamente il passante dimensionale caleidoscopico rallentò e la percezione tornò quella ordinaria.

Il cielo fuori era pieno di stelle e in centro allo schermo di bordo vi era Giove, il gigante gassoso e i suoi quattro satelliti principali Io, Europa, Ganimede e Callisto.

Si perdeva nella notte dei tempi quando le odissee duravano mesi interi per raggiungere, in un viaggio di sola andata, distanze di pochissime unità astronomiche. Un'epica ancestrale, scintilla del primate uomo che per istinto ebbe la necessità di fuoriuscire oltre il pianeta Terra dopo una permanenza obbligata di oltre trentacinque mila anni. La Terra fu una culla, poi una casa e infine un idro carcere. Alle scuole di tutto il Sistema Solare si studiava che i mari, una volta scioltosi il Polo Nord, ripresero possesso della quasi totalità della superficie.

Destino inverso a quello di Marte, che dopo avere appurata la somiglianza geologica di quella terrestre, venne terraformato per un terzo e con l'ispessimento dell'atmosfera divenne una colonia tra le più ambite per opportunità di lavoro.

La Terra era per i nostalgici, per chi voleva fingersi un vero sapiens sapiens. Eppure quel pianeta azzurro, deteneva ancora il controllo principale della vita amministrativa dell'intero Sistema. La sede della Polizia Planetaria era ancora New York e così quella del Parlamento e di molte cariche di rappresentanza.

Giove però, posto a metà strada lungo le grandi vie commerciali, era il luogo elettivo, quartier generale informale e putativo delle megaimprese. Andavano lì i grandi tychoon della finanza interstellare che volevano combinare affari sotto copertura con i prìncipi del controllo delle merci. Erano un manipolo di pezzi grossi, tutti cime di piramidi, faraoni del danaro. Operavano in regime di legalità apparente. E finché la Polizia non aveva motivi per investigare, l'apparenza era una garanzia.

“Base Macchia Rossa chiedo il permesso di atterraggio. Agente Asverson sotto copertura, comitato NO-PHCP, codice AI1910606” disse il Teklon.

Nascosta da un pannellamento rifrangente c'era una base artificiale orbitante in posizione giovestazionaria proprio sopra la Macchia Rossa. Il rosso intenso della superficie gassosa del pianeta forniva un forte alibi cromatico alla stazione orbitante che si mimetizzava perfettamente con una tecnica a pannelli all'infrarosso di ultimissima generazione. Per merito della significativa scala termica della parte equatoriale gioviana quella base era irrintracciabile agli scanner e invisibile ai radar.

“Permesso accordato” risposero dal centro di controllo.

Un portello si aprì lentamente mostrando una pista di atterraggio ai led sincronici, che sembravano una cascata di colori plastici diretti al nucleo più interno dell'hangar.

Asverson impugnò morbidamente la cloche e iniziò una delicata fase di aggancio al raggio traente emesso dalla Base Macchia Rossa. Una volta inseritosi nel flusso energetico, il guerriero Teklon si rimise i guanti e cercò di lato al sedile di guida il casco per rimetterselo in testa durante la procedura.

Frugò dappertutto senza risultato; il casco non era più dove lo aveva lasciato.

“Cerchi questo?” disse una voce tonante alle sue spalle.

Asverson ebbe appena il tempo di vedere con la coda dell'occhio il corpo contundente precipitargli in testa con la forza inaudita di cento braccia. La testa spaccata perse sostegno e gli ciondolò di lato come una costruzione che avesse improvvisamente perso le fondamenta.

Il corpo senza vita venne deposto dal sedile di guida, spogliato della tuta e nascosto in un vano buio della capsula.

Curt Newton indossò l’uniforme di Asverson e si mise alla guida. Poi con un piccolo kit per il trucco si dipinse il volto nella maniera Teklon.

Si era salvato per un soffio dall'esplosione della Mega Tir 6 seguendo il dirottatore sin dentro il veicolo in fuga. Aveva atteso il momento propizio e una volta raggiunta la base misteriosa, era pronto per penetrare nei recessi di quel quartier generale e scoprire di più sul luogo da cui era partita tutta quella faccenda.

Avrebbe sgominato i mandanti e scoperto l'identità dei superiori. Poi raggiunto un centro di trasmissione a lunga gittata avrebbe fornito le coordinate al Comet e facilitato i Futuremen nell'operazione di infiltrazione.

Pulendo il sangue dal casco se lo infilò appena un attimo prima che il portello d'ingresso di Base Macchia Rossa si chiudesse alle sue spalle.

Captain Future era dentro.

つづく

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