"A New Adventure of Captain Future" CAPITOLO VI: Televisione

March 21, 2020

 

 

          Un deserto di acqua salata ad alto contenuto di iodio, spopolata per il sessantacinque per cento: ecco cosa era la Terra.

         La più grande città del pianeta, che ne copriva una buona parte della superficie, era New York. Ma per far ciò avevano dovuto palafittare grossi pezzi di superficie abitabile con piloni al biotenuro.

          La meta di Kunther però era in un brandello sparuto del Continente Nord Polare, laddove le terre emerse erano un tempo catene montuose e promontori.

          Lo spazioporto di destinazione era proprio New York e da lì avrebbe provato la prima esperienza su idromezzo della sua vita: un siluro nucleare passeggeri lo avrebbe condotto in tre ore (più del tempo di balzo da Vega alla Terra!) nel porto sottomarino di Zurigo.

          Qualcosa lo spingeva a continuare, ma la molla non era la causa ganimediana, e neanche il fitto velo di mistero che circondava Junid e i contadini (sin troppo organizzati): era la possibilità di richiamare a sé l'esperienza diretta dei precetti studiati in gioventù. I sapienti, le grandi culture del passato risiedevano ancora spiritualmente sulla Terra. E lui finalmente poteva respirarne l’atmosfera. In tutti i sensi...

          A bordo del siluro, agganciato saldamente al sedile pneumatico,  Kunther lesse un haiku di Basho dal sapore propiziatorio:

 

 “Quale dita toccheranno
in futuro
quei fiori rossi?”

  

          Non appena Kunther raggiunse Zurigo ed emerse dal porto, si aprì all'orizzonte una immensa distesa d'acqua. Il cielo d'un azzurro fin troppo intenso, era un colore che per un abitante di Ganimede richiamava istintivamente l'abominio dei gas tossici. Sentì lo sgomento e preferì rientrare nell'edificio portuale.

         “Comunicazione urgente per il signor Kunther al centro informazioni” disse una voce meccanica da un altoparlante.

           L'uomo si diresse nell'ufficio dove un incaricato lo accolse con gli onori di un ambasciatore interplanetario.

          “È per lei, la cercano” e passò un apparecchio interfono al nuovo arrivato.

           “Chi è?”

          Dall'altra parte una voce ansiosa chiese: “come è andato il viaggio verso Zurigo?”

          Kunther riconobbe la voce di Junid che evidentemente gli stava alle costole e come il più alacre dei militari chiedeva al vecchio un resoconto sulla situazione.

          “Junid, come fai a sapere dove mi trovo?”

          “È stato Caphis a farmi rapporto.”

          “Sono diretto nell'unico posto al mondo dove pare ci sia Televisione. Ma probabilmente non funzionerà.”

          “Devi comunque tentare.”

          “Ho scoperto che è uno antico strumento di trasmissioni di immagini senza possibilità di interazione: come può essere in grado di teletrasportare qualcosa o qualcuno?”

          Junid aveva il tono della voce di qualcuno sotto minaccia.

          “Tu devi trovarla Kunther.”

         Era una mezza risposta: di cosa disponevano questi contadini Ganimediani, che fino a ieri conoscevano solo attrezzi agricoli?

          “Raggiungi il compound 9 dove un nostro uomo ti farà da scorta. Passo e chiudo.”

         Alla fine repentina della conversazione Kunther si rese conto che le condizioni in cui si trovava non lo lasciavano altra scelta che eseguire l'ordine, come un docile soldato per conto di un ignoto comando centrale.

          “Dove si trova il compound 9?” chiese all'incaricato pronto in attesa a rispondere ad ogni domanda del cliente.

           “Questo ascensore porta direttamente alla rimessa aero navale del compound 9” disse indicando alla propria sinistra.

            Kunther con una certa riluttanza, vi si incamminò.

 

                                         ----------

 

          Una grande saracinesca grigia: oltre la quale un percorso obbligato segnato da strisce di led verdi si snodavano a spirale verso il basso.

          Ai lati: pareti foderate in lamina e telecamere miniaturizzate.

          La saracinesca si aprì ed entrò, sospeso a mezz'aria, un veicolo piatto con un carrello da atterraggio pneumatico. Morbidamente le ruote aderirono al piano di appoggio.

          Il veicolo scendeva e sui vetri fumé si riflettevano, a tempi regolari e intermittenti, la sfilza di led.

          Finché un passaggio a livello non bloccò la via.

          Dal lato sinistro del veicolo, quello del guidatore, si abbassò un finestrino e una mano guantata uscì fuori per premere un pulsante lampeggiante.

          Un segnale acustico secco, netto, pungente esplose per una manciata di secondi e si disperse nel rimbombo delle pareti. Il passaggio a livello si alzò permettendo al veicolo di transitare; la mano rientrò e il finestrino si richiuse. In fondo, la grande rimessa dalle pareti bianche, era completamente vuota. Il veicolo si diresse, con calma, verso un rettangolo giallo di sosta.

          Alzatosi il portello laterale, scesero dapprima una gamba, poi un'altra, poi il corpo, poi due braccia e infine la testa di un uomo gigantesco, completamente vestito di nero.

 

          Kunther se lo vide arrivare incontro dal gabbiotto di attesa, all'angolo opposto del compund 9. Non aveva mai visto un uomo di siffatta stazza: la faccia era mezza coperta da degli enormi occhiali da navigazione e camminava con un piede dietro l'altro a rallentatore.

           In quella parte di continente terrestre non ci andava più nessuno, e i  parcheggi erano sempre deserti; quell'uomo, più si avvicinava e più faceva venir voglia di chiamare la sicurezza.

          Quando costui si parò davanti a Kunther si tolse gli occhiali: aveva il volto bianco e le strisce verticali dei guerrieri Teklon.

          Senza proferir parola fece un gesto di seguirlo nel veicolo.

           Kunther non si oppose e procedette.

Il veicolo una volta sulla rampa esterna si sollevò in aria imboccando un'aerostrada a pelo d’acqua. La segnaletica catarifrangente in sospensione delimitava un lunghissimo rettilineo che si perdeva all'orizzonte.

          I due uomini levitarono in silenzio fino a raggiungere una terra emersa rocciosa, coperta di conifere e arborescenze di un cupo verde scuro. Kunther, osservando un quadrante di bordo, capì che procedevano verso sud e che quel lembo di terra un tempo remoto doveva trattarsi di montagne. Oltrepassandole, il veicolo discese sul pelo della superficie verso quel che doveva essere un territorio pedemontano. Infine rallentarono in una zona verdeggiante e grandemente piatta.

          Raggiunsero agevolmente un tragitto posto in una grande pianura piena di ruderi abbandonati. Poi un sentiero asfaltato e sconnesso comparve da dietro una massiccia muraglia di arbusti.

          Kunther, premendo un pulsante alla propria destra, cedette alla tentazione di abbassare il finestrino e respirare l'aria naturale di quel pianeta dai colori così marcati.

Il gigante si girò lentamente verso di lui, ma non disse nulla.

          Ciò che per prima cosa Kunther vide nel cielo erano matasse di esseri volanti che producevano versi striduli e ripetitivi, trascinati dal vento a grappoli di suono.

          “Questi devono essere gabbiani”, pensò l'uomo.

          Il veicolo si fermò davanti ad un muro di cinta grigio, sbocconcellato in più punti come se avesse perso in resistenza, ma tutto sommato ancora solido e ben conservato.

          Vi camminava sopra un essere microscopico scuro e lucido.

          “Un coleottero! Il guscio chitinoso è ciò che impedisce ai lepidotteri di crescere di dimensione…a loro va il merito e la proliferazione dei fiori di questo ecosistema. Quando scomparirà l'uomo da questo pianeta tellurico saranno loro i naturali successori.”

          Il gigante aprì le portiere e scese, esortando così il vecchio Kunther a fare la stessa cosa. Poi proseguì attorno al perimetro fino a raggiungere un cancello in vero-ferro, un materiale minerario raro e prezioso tanto quanto la radite di Urano (la pietra delle cave buie nella Valle dei Suoni). Su Ganimede, il vero-ferro, lo si trovava solo nella zona storica della Prima Colonia.

          In un pianeta come la Terra, con un’atmosfera così piena di azoto, ossigeno e anidride carbonica, Kunther era stupito da come la vernice del cancello avesse retto il tempo: sembrava come nuova, ferma al periodo della sua installazione.

          “In questo luogo ci vive ancora qualcuno” pensò ad alta voce Kunther.

          Il gigante prese quella considerazione come un allarme e tirò fuori un gigantesco mitra al plasma che fece irrigidire il pacifico ganimediano al punto da fargli alzare le mani d'istinto. Il gigante Teklon si diresse verso il cancello e lo aprì usando la punta del mitra per sospingerlo. Esso cigolò senza alcuna resistenza e una volta dentro il gigante fece segno a Kunther di precederlo.

          Erano nel BRION CEMETERY, un conglomerato di pareti grigie macchiate di umidità, costruzioni di forma romboidale, archi funebri in pietra dalla concezione astrale, buchi e forme circolari incastonate, acquitrini con percorsi geometrici su pietre pomici e mille e mille piante rampicanti di specie sconosciute.      

          Sembrava un luogo sacrale senza però la magniloquenza dei templi venusiani. Era un posto dimenticato, che per un qualche motivo veniva tenuto in vita da forze misteriose ed arcane.

          Il gigante rimase al cancello in posizione di guardia e lasciò che Kunther vagasse in cerca di qualcosa, di una forma o una figura rivelatrice.

          Uno stormo di uccelli neri girava a spirale in alto nel cielo, ma quando Kunther raggiunse un edificio a forma di cubo in centro al perimetro cimiteriale, quello stormo cominciò a discendere in picchiata compatto come un dragone galattico. Penetrò a grande velocità da un’apertura a forma di doppio cerchio inanellato e una volta all'interno lo stormo si produsse in una metamorfosi inaspettata: divenne un'unica entità di forma umanoide, dai cento becchi parlanti e i mille occhi. L'essere, allargando le braccia pennute, si pose a difesa di un altare quadrato in centro alla sala cubica e disse: “che cosa cerchi, uomo?”.

          La sua voce era stridula come innumerevoli volatili che gracchiassero assieme.

          Kunther attonito prese coraggio e chiese: “io cerco Televisione”.

          “Per farne cosa?” la creatura piumata pose la domanda senza alcun segno di ostilità. 

          “Devo teletrasportare l'Avversario per conto dei contadini di Ganimede...” Kunther capì che aveva davanti una forza oracolare, probabilmente già al corrente di ogni cosa.

          “Televisione non teletrasporta nessuno. Televisione dà solo immagini.”

          “Come posso averla?”

          “Non puoi averla, ma puoi vederla: essa è qui. E ci siamo dentro anche noi.”

          L'altare si sollevò, schiudendosi in due parti come la mandibola di un animale. Dall'interno emerse una teca risplendente di luce naturale.

          La forma cubica della sala cimiteriale sembrò restringersi fino ad occupare lo spazio virtuale dentro alla teca, proiettando un cubo scuro al suo interno. Il lato frontale emetteva delle immagini che erano la versione in miniatura della situazione in corso: Kunther di fronte alla creatura pennuta osservava la scatola televisiva che a sua volta rifletteva la scena infinite volte.

          Ma entrambe le figure e l'intero scenario sembravano una versione iper colorata e stilizzata di sé stessi. Parevano proprio un disegno animato che reagiva aderendo alla vera realtà. Kunther mosse un braccio e vide il sé stesso disegnato dentro Televisione fare lo stesso.

          “Quello che vedi è un cartoon” proferì la creatura, “un complesso lavoro di realizzazione manuale analogica umana.”

          “Cosa significa?” disse Kunther attonito.

          “Significa che stai guardando un programma televisivo e che al contempo ne sei incluso come personaggio fondamentale. Dall'inizio della tua ricerca, cioè da quando Junid venne nella tua casa, una memoria di te veniva inclusa nel plot di una puntata di un animated cartoon, realizzato negli anni Settanta del Millenovecento in Giappone dalla Toei Animation.”

          Kunther non capiva nulla di ciò che la creatura gli stava spiegando. Ma si sforzò di non perdere il filo e di porre domande dirette e pertinenti.

          “Chi è l'Avversario?”

          La creatura sembrava volesse arrivare proprio a quel punto del discorso e dette uno schiocco d'ala. Televisione cambiò scena e apparve un uomo dai capelli rossi che indossava una speciale tuta aderente color panna. Sul pettorale un cerchio barometrico e ai fianchi una coppia di pistole protoniche agganciate con due cavi che arrivavano alla schiena. Correva saltando ostacoli, gesticolava ordinando ai suoi compagni, esprimendosi con un labiale inverosimile.

          “Questo è Kyaputen Fyūchā ed è l'Avversario che state cercando.” 

          “Kyaputen Fyūchā è l'Avversario di Captain Future?”

          “Captain Future e i Futuremen coesistono perfettamente in due versioni: quella narrativa di Edmond Hamilton e quella televisiva del regista Tomoharu Katsumata. Entrambi gli schieramenti sono temibili, entrambi combattono per il Bene, ovunque esso risieda.”

          “Ed ora, dove risiede il Bene?” chiese Kunther, confuso.

          “Non è dato saperlo, uomo, tu sei solo uno strumento di una vicenda, un semplice medium narrativo: i veri eroi sono Kyaputen Fyūchā e Captain Future. Uno combatterà dalla parte dei contadini di Ganimede e l'altro dalla parte della Polizia Planetaria. Dal loro punto di vista entrambi avranno ragione ed entrambi sosterranno una causa nobile.”

          D'improvviso il gigante Teklon irruppe nella grande cappella cubica dove la creatura stava ritta in piedi con aria soverchia. Credendola una minaccia gli puntò il mitra al plasma e sparò una rapida sequenza di colpi.

          La creatura intercettò la scarica letale e prima che potesse venire colpita si disperse in centinaia di volatili che uscirono dalle fenditure alle pareti, dileguandosi come un flusso nero pece.

          Kunther aperse le mani e si frappose tra lui e la Televisione intimando l'uomo di fermare i colpi.

          “Fermati Teklon! Stai sparando in un luogo sacro! Stai profanando il tempio televisivo!”

          A quelle parole il gigante, come un automa a comando, ripose l'arma. Kunther avrebbe voluto colpirlo per la rabbia, ma non era prudente reagire contro una corazza vivente come quella. Per farlo ragionare che non c'era alcun pericolo, mostrò lui il Kyaputen Fyūchā in azione all'interno della televisione.

          “Vedi Teklon? Quello è l'Avversario che voi andate cercando: è il Kyaputen Fyūchā della Televisione.”

          Il gigante, a quella visione, si lanciò contro la teca e la distrusse con una spallata. Poi afferrò il cubo televisivo da cui venivano proiettate quelle immagini e uscì di gran carriera dall'edificio lasciano Kunther solo e confuso nella sala, tra le rovine dell'altare e i frammenti di cristallo millenario sbriciolato. Il ganimediano tentò di inseguirlo, ma nella concitazione inciampò su un tumulo di pietre e picchiò la testa.

          Perse i sensi una frazione di secondo prima di vedere l'aviogetto del gigante Teklon salire in verticale e sparire nel cielo del tramonto terrestre.

 

 

 

 

                                                                                                                                                                        つづく

 

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