La bicicletta e il poeta.

June 29, 2018

 

 


Nel mondo si possono dire cose in quanto espressione del proprio legittimo punto di vista.

Lo si può fare come dichiarazione di verità personale che, in quanto tale, pretende rispetto.
Siamo d'accordo: nell’aula di tribunale delle dichiarazioni personali al posto dell’insegna “la legge è uguale per tutti”, c’è scritto “l’opinione, in quanto tale, va rispettata”.
Disattendendo questa regola di condotta però dissento – rispettosamente – da quello che il sig. Piovani scrive in un articolo di Repubblica uscito oggi 29 giugno 2018 intitolato “Difendiamo i poeti”, dove si tira in ballo la figura del poeta a pretesto per un discorso sul diritto d’autore e i proventi annessi e connessi.
La questione è capziosa, ma questo articolo, tra i tanti che nel tempo mi è capitato di leggere è oltremodo lontano dalla sensibilità del sottoscritto.


Si parla del diritto d’autore e di quanto sia giusto riconoscerlo all’artista operoso, e per farlo Piovani mette assieme la musica, la poesia, e la prosa, (santa trinità bohémien) un po' come Moretti fece con il bracciante, la casalinga e il pastore.


L’articolo andrebbe letto nella sua integrità ma ne riporterò una parte saliente:

 

“la particolarità sorprendente, per quanto riguarda il diritto d’autore, è che i potentati di mercato trovano un grande alleato nella demagogia retorica ogni molto di moda: “la musica come la poesia, la prosa, le opere del pensiero – deve essere libera, chiunque deve poterla scaricare e usufruirne gratis, la musica deve essere come l’acqua. […]  I mezzi di riproduzione – iPhone, iPod, iPad, televisori – sono beni materiali e quindi proprietà del proprietario. Mentre i “contenuti” [...] non dovrebbero avere proprietario, sono di tutti, come l'aria. Quindi se rubo un lettore Cd sono un lacro, se rubo una poesia sono un libertario. Se  costruisco una bicicletta è mia, se scrivo una poesia è di tutti. Questo non è un principio libertario, questo è un gretto principio materialista."

 

E ancora:

 

"I demagoghi tirano in ballo naturalmente gli autori miliardari, che certo ci sono; ma esistono anche tanti autori piccoli, poeti poco conosciuti, musicisti non famosi che sopravvivono e continuano a scrivere in libertà grazie ai pochi proventi del loro diritto d'autore, che è e deve restare un diritto per tutti, soprattutto per gli indifesi, non solo per il celebre rapper dalle uova d'oro; questo diritto deve difendere la libertà del poeta debuttante, del musicista sperimentale, del commediografo poco rappresentato."

 

E conclude, con una sommessa apologia della Siae:

 

"Ho letto qualche tempo fa, [...] la descrizione della Siae come di una società di ottantamila iscritti in cui «la torta se la spartiscono ogni anno i soliti noti». Ma l'abusata metafora della «torta da spartire» ha senso solo per una società che spartisca denaro dello Stato. La Siae non ha finanziamenti pubblici, si finanzia con i proventi prodotti dall'opera degli associati, buona parte dei quali arrivano dall'estero.

Se vogliamo considerare gli introiti Siae una torta da spartire, non dimentichiamo che quella torta è fatta con le uova, la farina e lo zucchero prodotti dagli autori."

 

Si chiude con questa considerazione sulla torta e la Siae dopo aver cominciato in maniera roboante, citando la Rivoluzione francese come momento di conquista "sacrosanta" del diritto d'autore per poeti e autori–servi.

Comincio col dire che non è quasi mai vero che i piccoli autori (poeti?) vivono faticosamente dei propri diritti d’autore: che io sappia la Siae, colei che tutela il diritto d'autore, non prevede ripartizioni agevolate per chi ha poche esecuzioni, poche sincronizzazioni o poca circolazione dei propri brani e prima di vedere qualcosa maturare dal proprio operato messo in regola, serve attendere anni ed anni. Se va bene.
Un autore piccolo o un musicista non famoso (cit. Piovani), campa in genere grazie a tutta una serie di attività parallele al diritto d’autore stesso.
Spesso e volentieri lo fa infrangendo la legge in cambio di un graditissimo pagamento in nero, hic et nunc.
Il diritto d’autore è per chi se lo può permettere, per chi lo sa fruttare e lo sa mantenere.

Questa è la verità dei fatti.
Poeta, musicista, sceneggiatore e scrittore sono quattro applicazioni del pensiero creativo diverse: tranne il musicista, che è anche un performer – ovvero qualcuno che può espletare qualcosa in tempo reale – gli altri concepiscono attraverso un percorso speculativo e possono rivolgersi anche solo ad un singolo e privato lettore (se si parla di libro), in un rapporto che la musica può fare solo nella sua forma registrata.

In questo la musica è multiforme proprio come l'acqua ("demagogia retorica che oggi va molto di moda: [...] la musica dev'essere come l'acqua",cit. Piovani) che può cambiar stato in gassoso, liquido e solido.
Nella dicitura “musicista” ci sono mille possibili sfumature: esiste colui che non conosce la musica e lavora con i sample, colui che suona uno strumento senza nessuna coscienza tecnica ma scrive canzoni egregie, colui che si occupa solo e interamente di improvvisazione (cose dove la signora Siae non sa che pesci pigliare) e tra questi il musicista che scrive su pentagramma è perla rara.

Era per questa categoria, oggi in via d’estinzione, che venne definito più chiaramente il perimetro del diritto d’autore: essendo l’opera su carta già da sé un contratto con l’esecutore era facile dichiararne l'effettiva proprietà.

Per fortuna è terminata l'insulsa pratica di deposito dell’opera attraverso spartito: per il 70% per cento della popular music degli ultimi vent’anni era una sfida inutile del povero trascrittore (lo dico per esperienza personale).
Una bicicletta o un lettore CD non sono una poesia, un autore non è “con le uova, la farina e lo zucchero” che produce affetto sulla gente, perché se il nodo è quello del fornire un bene “creativo” per gli altri, devi avere la speranza di produrre “affetto”, altrimenti ciò che si è fatto resta giustamente per sé stessi.

L’affetto è un caso del destino e se il tal musicista ha la fortuna di innescarlo non è solo per talento, per fatica e  per applicazione tecnica ma è per una più rara facoltà di capire il prossimo, facoltà che è lo stesso prossimo ad averti donato. Per giunta gratuitamente.
Il discorso dunque è semplice: se ciò che fai piace agli altri, vuol dire che tu sei un medium, e non un creativo tout-court piovuto (mi scuso del bisticcio) dal cielo con capacità di coercizione extrasensoriale.

È, dunque, la gente stessa che fornisce gli strumenti culturali all’autore per fare ciò che fa; e l’autore bravo interpreta e restituisce.

Quella è l'unica fatica reale.
Il committente è l’essere umano nella sua totalità, loro sono i padroni del negozio dove si “vende” e si consolida la categoria.
Togli la gente, togli lo scopo. Anche banalmente economico, no?
Ecco la differenza con la bicicletta: essa la usi TU, in quanto proprietario. Della musica ne fanno usufrutto TUTTI quelli che vogliono in quanto è esperienza, e il musicista è grato a quanti ne vogliono usufruire.

Non è un diverso tipo di commercio, è che se la bicicletta ha con l’individuo un rapporto funzionale, la musica non dovrebbe averlo per ragioni intrinseche.
Se essa fosse prodotta con finalità di questo genere ciò che chiederebbe alla gente è un rapporto esclusivamente commerciale, e a lungo andare tutto questo alimenterebbe il pantano culturale dove già ci si è conficcati.
In pratica l'unica cosa che hanno in comune le figure del musicista, dello scrittore e del poeta è proprio ciò che critica il sig. Piovani: la possibilità di una libera fruizione delle fonti.

Il problema non sono le multinazionali che vogliono la gratuità per motivi di mercato (quelli non ci hanno mai capito nulla ne in un verso ne nell'altro): il problema è la mancanza di un lavoro di studio, analisi e ridefinizione del diritto (e del rovescio) d’autore attuale.

E non saranno i probiviri che già lavorano con la Siae a risolvere questo nodo, visto che già hanno rapporti di lavoro proficui con lo status quo.
L’articolo del sig. Piovani è un articolo in difesa della categoria del lavoro artigianale applicato all'arte, e non del “poeta” – usato così, come modello eroico, trattato come una figura compassata e fallimentare, povero poeta...
Sarà anche colpa del titolo forse, ma questo articolo è troppo interessato.
Da musicista, vedrei piuttosto l’astrazione del mio ruolo, l'importanza di resistenza culturale che ne deriverebbe, e la responsabilità sociale che ne consegue, e non starei a scrivere articoli sulla solita problematica tecnico- lavorativa.

Questo è un tempo particolare, senza più treni ideologici su cui salire, e il dovere morale di un cosiddetto artista, è dare ad un pubblico potenziale del materiale culturale con cui crescere, a cui affezionarsi, magari per sciacquarsi le orecchie e le sinapsi da vera schifezza, da montagne di merda che piove nel cervello attraverso i mezzi di riproduzione digitale prèt-a-porter.

Quello è il lavoro vero che spetta ad un musicista/scrittore/poeta, secondo me.
Per farlo ci si deve considerare in regime di gratuità e ogni stimolo a proseguire deve essere disinteressato.

E se uno ci campa deve sentirsi semplicemente fortunato senza lamentarsi.

“Il bene lo si fa gratis”, come disse qualcuno.

Se di bene la musica si tratta.


 

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