Chi fa Erode?

January 7, 2018


    C'è un vecchio mezzo addormentato, affogato in pesanti vesti, seduto su una specie di trono e protetto da quattro centurioni che hanno la faccia d’un banchiere, d’un farmacista e di due elettrauto.

    Di fronte: tre uomini in sontuosi abiti di scena rinascimentali; uno di essi, quello più a destra, ha la pelle scura. Gli altri due non si vedono bene, ma sono caucasici, di età incerta tra i cinquanta e i sessant’anni, probabilmente un vigile urbano e un netturbino.
    Il maltempo ha traslocato l’intero corteo all’interno di Sant’Eustorgio, chiesa conosciuta principalmente per tre motivi: perché c’erano le reliquie dei Tre Magi (forse), perché il suo campanile era quello con l’orologio pubblico più antico d’Italia, la “Calcutrappula” (mi pare), e perché c’è una cappella, detta "Portinari", dedicata al San Pietro in Martire che porta con sé, conficcata nella testa, una mannaia. Un vero eroe Marvel, ottocento anni prima l’invenzione del superhero.

   Mi sorge spontanea la domanda: chi recluta le comparse del corteo? Perchè uno fa San Giuseppe e quell'altro fa Erode? È il prete che fa il casting, o l'assessore? C'è un motivo caratteriale magari, il più buon parrocchiano si merita il ruolo di Baldassarre e quello più discolo, che non si confessa da due lustri, fa il centurione?
    Quando il vescovo al microfono chiede di fare spazio ai Magi che devono raggiungere la Sacra Famiglia, i vecchi si eccitano come ad un villaggio turistico e l’aria si fa elettrica. Anche il più artritico sfodera il cellulare in quella che è un orgia di elemosina fotografica: tutti addosso al simulacro, reinventato, ricostruito e trasportato inopinatamente a costumi rinascimentali, della scena della consegna di oro, incenso e mirra al Bambinello, prima che l’assessore (in rappresentanza del sindaco) faccia un discorso incomprensibile troppo distante dal microfono.
    Su una balaustra ci sono due o tre “fortunelli” che conoscono probabilmente la giunta e sono riusciti a salire in un punto privilegiato e tranquillo per godersi lo spettacolo del popolino accalcato tra pive brianzole e figuranti del presepe vivente.
    Ecco uno dei rari momenti in cui si possono finalmente vedere i cittadini di questa città, le famiglie normali e la grigia media borghesia.
    Alcuni di loro, nei panni di donne (nonne?) di circa sessant’anni corpulente e ben truccate, sono a guardia di una decina di sacchi appoggiati dietro all’abside, a ridosso degli scavi paleocristiani della chiesa.
    Con tutta l’innocenza del mondo chiediamo se è “carbone”.
– È pane per i poveri.
Risponde una di loro, con la serietà di una guida al MoMa di New York.
    Finita tutta la cerimonia verranno date delle pagnotte ai poveri fuori della chiesa di Sant’Eustorgio.
    I poveri un po’ come i piccioni, insomma.
Al di là del pane, che notoriamente a Milano non è che sia il migliore del mondo, oggi dire “povero” non è un po’ troppo generico?
    Ci sono i senza tetto, gli extracomunitari, i disadattati, gli emarginati sociali, i soggetti deboli e altre sottospecie delle sottospecie di vittime e di carnefici della comunitariopatia.
    Chi sono i poveri dunque?
Banalmente quelli che non hanno soldi per comprare i beni di base.
    E quali sono i beni di base? Coperte? Acqua? Indumenti? Cibo?
In Vietnam, nel vagone di terza classe sul treno per Na Trang, c’era una categoria sociale senza dubbio definibile “povera”, con padri e madri logori, pezzi di cartone per terra dove dormivano bambini e insetti che camminavano dappertutto come fossimo dentro una gigantesca
mela in decomposizione.

    Quasi tutti, però, avevano uno smartphone e di sicuro nessuno lo avrebbe dato mai via in cambio di cibo, di coperte, acqua o indumenti.
    Lo stretto necessario è cambiato, ed è divenuto un "largo" necessario.
Da piazza XXIV maggio, imboccando una delle rare salite del centro in parallelo alla Darsena, verso il Naviglio Grande intravediamo una sagoma familiare, però rara come un Ocelotto: cappa, naso bitorzoluto e sfuggente, scarpe logore, gonna e grembiule ingombranti sopra una bicicletta su cui è incastrata una scopa. La Befana tiene in saccoccia una grossa cesta di vimini e pedala come il vento, tanto veloce che pare di averla solo sognata.
Si perde tra la folla dei turisti nel Lunapark Navigli, diretta in qualche laboratorio per bambini sotto un gazebo spelacchiato, messo in piedi solo il 6 gennaio, solo un giorno all’anno. Troppa grazia.
    In tempi di buffe chiacchiere sulle parità dei sessi, le quote rosa come le quote latte, delle battaglie navali alle discriminazioni, alla Befana serve una seria campagna anti sessista.
   Caro Babbo Natale, essendo tu il campione d’incasso indiscusso dall’era della Coca Cola ad oggi, fai qualcosa: i Magi sono già Tre, e lei una sola.

    "Povera” Befana.

 

 

Madonna col cellulare [6]

 

 

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