New Zealand's British invasion.

February 3, 2017


Non mi ero mai reso conto, fino ad oggi, di quanti paesi hanno la guida dall'altra parte e nemmeno di quanti paesi la Gran Bretagna abbia invaso.
Quante Victoria ci sono nel mondo (mount Victoria, Victoria market, Victoria station, Victoria park, etc.), quanti nomi di duchi e generali dell'esercito che hanno dato il proprio titolo alle città, come ad esempio Melbourne o Wellington.
Il duca di Wellington a sua volta ha dato il nome ai wellys, gli stivali di gomma tutto fare che pare fossero stati introdotti durante la guerra nel fango contro i francesi a Waterloo.
Ma non ci credo fossero di gomma.
E odio dover andare a cercare su wikipedia.

Lasciamo perdere.
Poi ci sono un'infinita di "new": New York, Newport, New Jersey, Newark, New Holland (come si chiamava un tempo l'Australia), New Dheli, tutte semplificazioni che defraudano, nella maggioranza dei casi, i nomi originari.
Un po' come in Italia che abbiamo ingenti quantità di Castelnuovo o di
Villanova o di Nova "e qualcosa" anche se son nomi che risalgono ad almeno 400/700 anni fa, quando la toponomastica si è assestata tra il periodo comunale e quello barocco.
New Zealand significa letteralmente "Nuova terra del mare", per via di uno dei primi cartografi olandesi che l'aveva individuata.
In inglese letteralmente sarebbe "New Sealand".

In Maori però era (è?) Aotearoa.

A differenza degli Americani, degli Australiani o dei Tasmani la comunità neozelandese tenta di mantenere un rapporto con la cultura indigena.

C'è il "Te Papa museum" di Wellington in una struttura ci cemento e acciaio sulla baia che ospita in padiglioni mezzi vuoti le case tribali Maori (rigorosamente ricostruite), lo sbarco a Gallipoli del 1915 (rigorosamente retorico e pieno di effetti speciali), la riproduzione delle api (rigorosamente luna park), l'esperienza del terremoto da dentro una casa che trema.

La rivista in dotazione della New Zealand Airlines si chiama KiaOra (ciao) e così ti salutano anche le hostess massicce della compagnia.

 

 

 

La prima volta che sentì nominare la Nuova Zelanda fu per via di un videogioco da bar con un pulcino che lanciava frecce.

Era uno di quei platform, dove il personaggio scorreva di profilo, un pò come "Bubble Bobble".
Si chiamava, senza tanti complimenti, "The New Zealand Story": probabilmente
fatto apposta per pubblicizzare l'esistenza di una nazione
così lontana eppure così vicina.
Poi hanno fatto il Signore degli Anelli, lo Hobbit, King Kong e Le Cronache di Narnia e la New Zealand è diventata finalmente famosa.

Non a caso Wellington ora la chiamano "Wellywood".

In effetti a guardarla dall'aereo si ha l'idea del paesaggio fiabesco perfetto, come un'Inghilterra agricola e pre-industriale.

Ok, d'accordo ma è un po' come una Svizzera a 12 ore di fuso orario, dove tutto costa una sassata.

Sono luoghi elitari questi, sono un vero "Zardoz".
L'impero della sintesi, dei comportamenti affini e facili da capire, dei luoghi prefabbricato "good looking", dei supermarket-bar-dental center-fabbriche-musiche tutte uguali questo è il frutto del globinglese e dell'antica mentalità coloniale.
La libertà è stata confusa con sicurezza, l'individuo con il filo d'erba d'un prato monocolore tagliato con la falciatrice automatica.
Più viaggio, più vedo questo tipo di mondo e più mi rendo conto dell'inaccessibilità al particolare.
Sia inteso come possibilità di ingrandimento della "lente" d'osservazione nel fenomeno sociale, sia come l'individuazione dell'eccezione.
È l'eccezione a rendere "tale" un luogo.
Perché l'eccezione dà la misura della forbice tra ordinario ed extra-ordinario e grazie ad essa si vede il mondo nei suoi reali cambiamenti.
La profondità e la varietà delle cose, e ciò che vale la pena viverle, sono determinate da questa forbice.

Al momento in questo emisfero è proprio difficile trovare l'eccezione.

C'è poco da fare.

 

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