Appunti per un Safari Umano

July 14, 2017

 

 

Frecciarossa in direzione per Roma.
Una donna entra nella carrozza 8.
Scarpe da ginnastica color panna da persona benestante con cyclette in casa.
Abbronzatura in solarium, cuffiette apple che ciondolano.
Prima di sedersi, con un gesto stizzoso, prende una delle pagine

di un giornale e riveste il suo sedile.
Reclina la testa e chiude gli occhi.

Sul tavolo ha posato un libro di Walter Veltroni.

Le tecnologie di comunicazione prêt-à-porter determinano diversi tipi di assortimento nell'essere "assorti".
Le persone oggi, sono così intente nelle loro pratiche di estraniazione che si lasciano scrutare senza opporre resistenza. Auricolari, messaggi vocali e display rendono insensibili allo sguardo indiscreto degli altri, un vero via libera ai safaristi umani seduti in metropolitana o in treno, in fila alle poste o negli ospedali, nei parchi dove vengono portati a pisciare gli animali e a giocare i bambini.

 

 

Dentro all'area cani del Parco Vetra, un uomo (il padre) parla al cellulare e guarda il suo boxer:
— Guarda che tu sei più bravo, non dovresti giocare con gli altri. Poi quello là, dai, è solo invidioso.
Una donna (la madre), con un collier a forma di croce, aspetta con il mento in aria che il marito finisca la chiamata mentre guarda il boxer anche lei.
— …l'Inter prende te: l'altro non lo prende mica. Sta tranquillo, per favore. Ci vediamo a casa.
Il padre richiude il telefono.
— Sì però anche lui che palle…oh, gioca a pallone mica a scacchi! — dice il padre alla madre.
— È poco furbo. Chissà da chi ha preso... — dice la madre al padre.
— Col ginocchio! Lui era per terra col pallone. L'altro gli teneva la palla e voleva fare il cretino e gli ha tirato una ginocchiata, — dice il padre alla madre.
— Sta di fatto che è un po' stronzetto quello là, — dice la madre.
— Ovunque vada, dice che gli va sempre dietro. E' uno scemo imbecille, — dice il padre.
— Anche i suoi genitori son così…— la madre.
— Hai fatto il torneo? Sei stanco? Basta! Ha uno sguardo torvo quello lì. E c'ha un fratello uguale, — il padre.
— Per forza: non hanno un minimo di educazione. E meno male che i suoi sono insegnanti... — la madre.
— La prossima volta gli deve tirare una sberla...Ostia!

— Oddio!
Il loro boxer è saltato alla giugulare di un bastardino di mezza taglia.

 

Raramente si vede una coppia o una famiglia di turisti serena: normalmente sono tesi, ansiosi, infastiditi, rigidi, muti l'un con l'altro, mesti, sfatti, esauriti.
Perché sfidare insieme le città estranee, i posti che non si conoscono e le lingue che non si coprendono?
Per fare questo è meglio essere da soli; tu e il luogo siete già una "coppia", se non addirittura una specie di famiglia.

 

Intercity per Bari, appena partito dalla stazione di Bologna.

La coppia, il cane e il caldo (conversazione trascritta alla lettera):

— Mi sono rotto le palle, sempre fare piaceri a te.
— Tu stai facendo scivolare la goccia che fa traboccare il pitale.
— Vuoi un po' d'acqua! Guarda che c'è quella del cane!
— Sì, l'Italia fa schifo. La prossima volta vai a piedi, allungando le gambe una
davanti all'altra. Io stavo bene a casa a dormire.
— A me viene da ridere.
— Voglio morire e basta. Ma come muoio?
— Beh, sotto al treno…
— Ti rendi conto che per colpa tua e di sto cazzo di cane ho perso 5 ore?
— Macché! Scendi a Rimini e torni indietro: sarà mezz'ora ad andare e un'ora in totale a tornare.
— Non è vero, ho perso tutta la giornata!
— Ma che cazzo devi fare tanto? Fumare, giocare alla pleistescion e dormire.
— E domani vado a lavorare.
— Ma arrivi alle diciotto e venti! Che ci devo fare ormai?
— Devi andare a fanculo Alberta.
— Ma che…
— Volevo vedere se succedeva a te: faccio il piacere di portarti in stazione con le valigie e finisce che sale il cane e rimango su anch'io!
— E basta però! Hai bisogno di fumare?
— Sono io che me ne devo ritornare indietro, non mi prendere per il culo Alberta. Vuoi aver ragione?
— Che dovevo fare?
— Prima salivi tu con sto cane, poi dopo t'aiutavo con le valigie…
— Uh Gesù Cristo t'aggi a suppurta accussì per 40 minuti?
— Manco scusa mi chiede, porcodd…
— Per cosa?
— Per cosa!?!
Il cane tace, museruola mezza aperta pendente; acconsente.
— Tu crei disaggi e i tuoi genitori ti assistono.
— Dai, non puoi essere così pesante.
— Non puoi essere così imbecille.
— Oh, ma vaffanculo, alla terza, alla quarta, alla quinta…
— Tu non capisci i disaggi.
— Tu sei esaggerato.
— Io qua non ci dovevo essere.
— Poverino. Abbassa la voce.
— A me non m'interessa. Non m'interessa, non m'interessa…
— Ma magari restavi in treno fino a Lecce! Sei pure fortunato che sto treno ferma a Rimini.
Lei ride.
— Ti odio, — dice lui.
— Fa niente, — dice lei.
— Non mi dovevo prendere a te, — dice lui.
Lei mangia un biscotto.
— Vattene. E' così facile.
Silenzio di due minuti.
— Ti stavo dicendo "guarda che rimango sopra, sta per partire…", — ricomincia lui.
— Ma tu hai mai preso un treno?
— Non vuoi cogliere? E non cogliere…
— Altruista, garbato, ci tiene…si vede...
Trenitalia ricorda che il servizio bar è nella carrozza 5, dove si possono gustare panini, piatti tipici e un'ottima scelta di vini, — dice un'altoparlante.
— Vaffanculo Trenitalia. Volevo uscire per andare fuori...
— E dove sennò?
— Maledetto me, questa vita di mmerda…
— Se vuoi morire te l'ho già detto: c'è il treno.
— Mannaggia alla maronn.
— Porcodd che palle…fra dieci minuti siamo arrivati e te ne vai.
— Stai zitta! Ti odio.
Lui cerca di tirare un calcio al cane.
— Lascia stare il mio cane! Soffri in silenzio.
— Faccio sempre tutto per il tuo cane, il tuo cane arriva prima di tutto.
E mo' gli arriva un calcio prima di tutti.
Silenzio.
Lei fruga nella borsetta ed estrae venti euro.
— Mi vuoi rimborsare? Non li voglio. Un'ora del mio tempo vale più di venti euro.
— Chiama un'auto blu va là.
Lei ride.
Lui sbatte la mano sul tavolo.
— Volevo andare dal parrucchiere e farmi la barba. Se questo treno non arriva tra dieci minuti a Rimini ricomincio da capo…

 

Poi accade che uno di questi personaggi, uno di questi "soggetti" di osservazione assomigli ad uno dei tuoi amici.

O addirittura a te stesso.

E in quel caso la varia e vasta umanità ti invade, ti confondi, tu sei gli altri e gli altri sono te. Passa così la voglia di continuare a fare il safari degli sciocchi e ti metti a guardare gli oggetti inanimati che sono meno carichi di implicazioni.

 

Al Mozzarella Bar dell'aeroporto.
Seduto in uno dei tavoli c'è un giovane brizzolato.
Appena addenta un panino gli schizza fuori un pezzo di prosciutto ribelle.
Di fianco una donna; gambe accavallate, capelli raccolti in una crocchia tiratissima, labbra molli imbronciate, volto rifatto, sguardo massacrato dalla vita.
L'uomo è molto più giovane di lei e sembra un accompagnatore; continuando a masticare, si incanta sul display di uno smartphone.
Lei, girandosi di scatto, pone una mano alla bocca per coprirsi il labiale e gli sussurra qualcosa nell'orecchio.
Lui smette di masticare di colpo.

 

 

 


 

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